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2008 Season review: Super Aguri

Pubblicato 13/12/08 19:29 da Fabrizio Corgnati 3 commenti

Il silenzio della Federazione e l’indifferenza della Honda accompagnano la Super Aguri verso il baratro: dopo quattro Gran Premi, Sato e Davidson passano a vedersi le gare in televisione.
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Il silenzio della Federazione e l’indifferenza della Honda accompagnano la Super Aguri verso il baratro: dopo quattro Gran Premi, Sato e Davidson passano a vedersi le gare in televisione.

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MILANO – Quando Aguri Suzuki cominciò la sua avventura da team manager nel 2006, sembrava un bambino che aveva appena ricevuto il giocattolo più bello. Quel giocattolo gli è stato strappato di mano ad aprile e la Federazione non è del tutto esente da colpe.

Per mesi Max Mosley aveva sbandierato l’idea delle customer car che i team minori avrebbero dovuto acquistare dai fratelli maggiori. Suzuki avrebbe usato le Honda dell’anno precedente e avrebbe risparmiato una barca di soldi. Ma la FIA, complice anche un reclamo della Williams, non ha preso una decisione in tempi utili e la piccola Super Aguri si è trovata con l’acqua alla gola, perché nel frattempo i fondi che lo sponsor principale avrebbe dovuto versare secondo gli accordi non sono mai arrivati.

Neanche la casa madre ha voluto gettare un salvagente. D’altra parte Nick Fry lo aveva detto: “Per gli obiettivi della Honda, la Super Aguri non deve essere una distrazione”. E non lo sarà più: nel silenzio della Federazione e nell’indifferenza della Honda, il team ha disputato le prime quattro gare dell’anno e poi, dopo il Gran Premio di Spagna, ha dato forfait, senza punti e senza gloria. Takuma Sato e Anthony Davidson, a quel punto, le gare potevano solo vedersele alla televisione.

Peccato, perché tutto il team aveva fatto i salti mortali per presentarsi a Melbourne con un po’ di soldi in cassa e un bagaglio tecnico minimo per affrontare dignitosamente i cambi di regolamento nonostante i pochissimi chilometri di test effettuati nel corso dell’inverno. Senza la Super Aguri, la Formula 1 si è sentita più povera.

Vittorio Alfieri





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