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Sgarbo Quotidiani N°3: Clay e la sua Svizzera due anni dopo

Pubblicato 17/12/08 00:17 da Giacomo Sgarbossa 4 commenti

Nel terzo numero della mia rubrica ho deciso di ricordare Clay Regazzoni due anni dopo la sua morte. Non ho voluto però tracciarne il solito ritratto epitaffico che tutti conoscono e sanno, ma piuttosto lanciare un grido d’accusa a chi non ha ancora voluto dedicargli una via o una piazza all’interno della sua città. [...]

clay-aut.jpg Nel terzo numero della mia rubrica ho deciso di ricordare Clay Regazzoni due anni dopo la sua morte. Non ho voluto però tracciarne il solito ritratto epitaffico che tutti conoscono e sanno, ma piuttosto lanciare un grido d’accusa a chi non ha ancora voluto dedicargli una via o una piazza all’interno della sua città. Spunto di questa mia riflessione la mostra organizzata ad ottobre da Giancarlo Falletti presso il Casinò di Campione.

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di Giacomo Sgarbossa

MILANO – 15 dicembre 2006: il giorno in cui io e Clay Regazzoni ci siamo casualmente incontrati. Non in un Autodromo o a qualche evento corsaiolo, ma su un’autostrada italiana poco dopolo svincolo di Parma: io al rientro da un viaggio e lui in partenza per un’altra avventura. Ai tempi non facevo neppure il giornalista, ero solo un ragazzo che come tanti amava le corse e non perdeva mai l’occasione di scoprire qualcosa in più sugli eroi della propria infanzia, che non erano personaggi inventati come Mazinga o Goldrake, ma persone vere: piloti, eroi con la visiera e comuni mortali senza casco.

71-regazzoni-1.jpgE’ proprio per questo motivo che lo scorso ottobre sono voluto andare alla mostra organizzata da Giancarlo Falletti, ospitata per l’occasione dal Casinò di Campione, un pezzo di terra svizzero ma italiano d’adozione…un po’ come Clay, unico e solo protagonista di questo racconto. Strano per uno come me che ha imparato a leggere usando Autosprint anzichè Topolino imbattersi in qualcosa di nuovo, racconti e foto che ancora non conoscevo del tutto, capaci però di raccontarmi sempre qualcosa che ancora non conosco e forse non conoscerò mai a pieno. Un uomo che non è stato solo pilota, ma anche padre ed esempio per tutte quelle persone malate che decidono di non mollare.

_dsc8869.jpgInsieme a tutto ciò vi erano loro: le macchine, i cavalli delle sue mille battaglie. Alfa 33 e 1900, Ferrari 312 T, Ensing e Williams 007, quella vincente al Gran Premio di Silverstone 1979, dove per la prima volta si rese competitiva, stupendo tutti i più forti, che da quel giorno impararono a rispettare Frank ed il suo fidato Patrick Head.

_dsc8909.jpg Altre però sono le storie di un pilota che ha pure rischiato di vincere un campionato del mondo, quello poi andato a Fittipaldi nel 1974, ma chi la Formula 1 la mastica da tempo già sa, perché la storia in un modo o nell’altro fa parte del nostro presente, ciò però di cui si sa poco è quello che è accaduto dopo Long Beach. In tanti, io stesso, ci ricordiamo Regazzoni nelle vesti di commentatore TV, ma in quegli stessi anni “il pilota Clay” stava andando a vincere il suo campionato più bello, quello vinto nei confronti di un unico avversario: la paraplegia, sconfitta con la forza di volontà, tornando a guidare e dimenticandosi in fretta di quei giorni dopo l’incidente che gli costò l’uso delle gambe, i più difficili, quelli che lo stesso Clay in un’intervista raccontò come “i giorni in cui ho pensato di spararmi e finirla lì”. Questo uomo, che ho amato non conoscendolo di persona ma attraverso i racconti della sua gente, mi ha fatto capire che vivere è più bello dopo aver guardato dritto negli occhi la morte.

_dsc8903.jpgCosì, per non farvi dimenticare, ho voluto scrivere qualcosa in più, un semplice ricordo di poche righe fra i tanti silenzi, un’occasione per ricordare Clay, segnalando a distanza di due mesi come anche una mostra serva ogni tanto a dare il giusto vigore alla storia di un personaggio che purtroppo in questi due anni non ha avuto ciò che meritava dalla sua città. E’ stato infatti lo stesso Giancarlo Falletti a denunciare in un suo articolo de “Il Giornale del Popolo” il fatto che a Lugano non ci sia una via o una piazza in suo nome ed io, da varesino quasi svizzero, non posso far altro che acconsentire a questa sottile protesta.

_dsc9014.jpgSembra incredibile, ma nella storia di questo pese sulle sponde dell’omonimo lago sembra che lo sport in cui la sua gente ha avuto maggiore successo sia un fardello da portarsi addosso, non da oggi ma da sempre, perché se solo il sindaco in carica negli anni ’50 avesse accettato in regalo i trofei di Caracciola ora questi non starebbero a brillare dall’altra parte del mondo, ad Indianapolis, ma brillerebbero ancora lì, all’interno di un lago pieno di storia tanto quanto colmo d’acqua.

_dsc9003.jpgBasta nascondersi dietro un fantasma di nome Pierre Levegh, morto comunque facendo ciò che adorava fare. Da oggi sarebbe giusto cambiare ciclo, perchè non è giusto stare neutrali in un gioco senza più rischi; adesso, dove la Formula 1 è più sicura dell sci alpino. La Svizzera e Lugano devono glorificare come giusto che sia il proprio passato nel mondo delle corse, lasciando testimonianze dirette all’interno delle proprie strade, in modo tale che i passanti o i viaggiatori capiscano ciò che questo paese ha dato al mondo dello sport a motore. Noi, che Clay lo abbiamo amato e lo amiamo, non vogliamo essere gli unici a ricordarci di lui. La gente deve capire chi era Gian Carlo Regazzoni.

Giacomo Sgarbossa (foto offerte dal Casinò di Campione)





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