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A RUOTE SCOPERTE – Quando la pista passa in secondo piano

Pubblicato 27/09/09 22:22 da alessandroabramocarretti

Tra scandali e “scopiazzature” dalle sorelle americane, una considerazione sullo stato dell’attuale Formula 1 del nostro alessandroabramocarretti

di alessandroabramocarretti

L’avevamo già detto in più occasioni quest’anno, e ancora l’anno scorso, e ancora due anni fa. La pista ormai non è più il campo prediletto della F1. L’attenzione specialmente del grande pubblico, anche quello poco coinvolto, è attratta da spy-story, love-story, sex-gate e soltanto in ultimo da un ‘crash-gate’ che ha stuzzicato anche chi di F1 non ne parla neppure un giorno all’anno. Eppure tutta questa faccenda ritorna a galla dopo un anno. Singapore è nata appena un anno fa e fin da subito (senza ancora saperlo) è diventato il GP dei veleni che ha riportato l’automobilismo nella ‘pece’ dei reportage non sportivi. Singapore accolse la sua prima gara già nel 1966 per la Tasman-Series di Formula Libre. La gara si disputò fino al 1973 e poi scomparve definitivamente nell’oblio più completo. Nel 2008 il debutto in una massima serie per monoposto: la F1. La prima gara notturna della storia del Campionato Mondiale prese il via con i ‘soliti’ eventi sportivi. Massa che esce dai box con il bocchettone ancora infilato o Piquet protagonista di un incidente che poi un anno dopo si scoprirà essere stata una messa in scena di Briatore per favorire la vittoria di Alonso. Ancora si investiga ma tutto pare abbastanza chiaro, eppure c’è chi si chiede se questa ‘trovata’ sia realmente tale o meno. Molti dicono che non fosse possibile organizzare un incidente come quello innescato dal brasiliano nel 2008. Mosley la pensa diversamente. Tutte queste polemiche, le critiche alla F1 da più parti, i dubbi che ancora avvolgono un GP in notturna su tracciato misto ci danno la possibilità di affrontare un argomento che spesso è stato, magari anche volutamente scacciato, su alcuni aspetti della F1.

Perché un GP in notturna? Perché un GP con vetture senza corpi ottici si debba correre con luci artificiali? E’ una questione che in Europa si sono posti dal 2008. In Europa. Sì perché da qualche altra parte, tali domande, se le sono date da almeno un decennio.

Andiamo con ordine. La F1 nell’ultimo decennio è decisamente caduta in disinteresse in favore di attrazioni motoristiche, che a detta del pubblico, sono ben più coinvolgenti e spettacolari. Negli ultimi cinque anni l’automobilismo a ruote scoperte ha accusato anche molte ‘perdite’. A cominciare dalla chiusura della CART (Champ Car) alle perdite di molte scuderie che dalla F1 se ne sono andate e così pure dalla IndyCar. Addirittura alcune importanti squadre della CART non hanno aderito al Campionato Americano: chi sventolava da anni una fantomatica (quantomai falsa) riunificazione, si è dovuto mordere la lingua avendo preso coscienza di attese non realizzate, o filosofie non esatte.

La F1 dal canto suo, in mezzo a crisi economiche, diminuzioni di pubblico (fuori e dentro le piste), perdita di storici tracciati per i motivi più disparati, nell’ultimo lustro ha ben pensato di correre ai ripari con qualche escamotage rifacendosi il trucco con ‘cosmetici’ poco adatti alla propria natura, oltretutto rubandoli alla sorella, ormai morta, CART. Se andiamo ad analizzare le trovate originali che la F1 ha estratto dal proprio cilindro fino alla notturna di Singapore andiamo a vedere che ha scopiazzato, in modo anche piuttosto ridicolo, dalla CART diverse soluzioni più o meno performanti.

Si iniziò anni fa con la faccenda dei rifornimenti facendo della via dei box, campo di gara e sperando che il rifornimento servisse a rivitalizzare le gare (non capendo che per il pubblico i sorpassi sono esclusivamente quelli in pista). Più recente la faccenda dei box chiusi o aperti. Questa innovazione resse una stagione venendo spudoratamente copiata dalla CART e dalla Indy. I vari assurdi episodi di piloti che non potevano entrare ai box anche in situazioni di emergenza convinsero la FIA ad abolire questa regola che non aveva senso di esistere per la F1. Se negli States i pit close-open hanno un loro perché, in F1 si adottarono ai fini di spettacolo e non di reali necessità legate alle piste su anello. La trovata delle gare in notturna voluta da Ecclestone fu la definitiva conferma che la F1 era arrivata a raschiare il fondo del barile e che il riferimento principale era effettivamente la defunta CART. Quest’ultima aveva già saggiato il terreno delle gare in notturna anni addietro. Nel 2003 la gara sul tracciato cittadino di Cleveland venne disputata in piena serata, nel 2006 fu poi il turno della gara di Houston. Vinse Bourdais e dopo queste due esperienze la CART, anche per la sua prematura chiusura, non ha più intrapreso la strada della gara alle luci artificiali. La IRL corre di sera ormai da anni ma esclusivamente su piste a Ring, Anello o Ovale che dir si voglia. Gli ovali sono come stadi e l’illuminazione è certamente più semplice che per una pista mista.

L’ultima trovata, che poi si è rivelata un bel flop, è stato il KERS. Il famoso raccoglitore di energia da sfruttare nei sorpassi, non è altro che una copia, più costosa e molto meno performante del Push-to-Pass o PtP della CART/Champ Car. Il PtP era un dispositivo che permetteva al pilota, tramite un tasto sul volante, di usufruire durante un GP di maggiori cavalli per effettuare sorpassi in modo più agile. L’effetto aveva la durata totale di un minuto che il pilota poteva gestire come meglio credeva per l’intero corso di gara. Più semplice e snello il PtP ha accompagnato la CART per tutti i suoi ultimi anni. Il KERS di F1 è solo l’ultimo scopiazzamento che la massima, prestigiosa e ricca serie ha fatto nei confronti della francescana, sconosciuta e sfigata CART.

Negli ultimi anni la CART (ed in parte anche la IndyCar) sono state il massimo riferimento per tentare di riportare, forzatamente in mille modi, spettacolo alla F1. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La spettacolarità tanto cercata non c’è, la F1 si regge sugli scandali a luci rosse, di spionaggio o di complotti che sollazzano più la cronaca rosa e i tabloid di ogni sorta tranne quelli sportivi. Tutta questa pubblicità, come diceva il vecchio Andretti sarà importante “purchè se ne parli”, ma il confronto in qualità con la meno considerata USAC/IndyCar e l’altra sorella CART/Champ Car viene spontaneo. Lo stesso Jackie Stewart, che era accanto a Roger Penske allo scorso GP di Chicago nel trionfo di Briscoe, e si è poi scagliato contro tutta la brutta faccenda di Nelson Piquet appena una settimana dopo, sembra profetizzare una domanda quanto mai spontanea: quanta qualità, genuinità, al di là dei fenomeni in abitacolo, c’è in F1 e quanta in rapporto alla sorella d’oltreoceano, certamente di indubbia inferiorità tecnologica, di indubbio minor prestigio, di fama certamente inferiore, ma che quantomeno dopo tante traversie, un decennio vissuto sulla sola 500 miglia di Indianapolis, ricorda di avere sulle spalle più di un secolo e una sostanza sportiva ed agonistica potremmo dire certamente più trasparente.

L’intervista che Briscoe ha rilasciato ad Autosprint due settimane fa parlando di Dixon è una bellissima lezione di sportività fra antagonisti. Non ce ne voglia la F1 che amiamo da sempre e per sempre, ma le troppe innovazioni ai fini di uno spettacolo forzato, scopiazzate da una CART morente ma dai margini di crescita ampissimi e tutte le squallide ed imbarazzanti situazioni che il Campionato del Mondo si è portato dietro, mostrano che, non solo agli occhi degli addetti ai lavori, la situazione e la salute morale di questo campionato è quanto mai in discussione. Non sempre la pubblicità è l’anima del commercio ed in questo caso non lo è affatto, visto che la pista è passata completamente in secondo piano.

alessandroabramocarretti





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