Quanto conta il nome nel motorismo? E’ quello che si chiede Andrea Giachè nel terzo appuntamento con la rubrica “Invasione di pista”, alla luce della separazione tra FIA e FOTA. Chi seguirà quale campionato? E perché?
di Andrea Giachè
Il nome è importante. Il nome è ciò che ci permette di distinguere subito una persona da un’altra, di saperne il sesso, e, molto spesso anche la nazionalità. Quando parliamo di politica, di mercato, il nome ci fa immediatamente pensare alla qualità o al valore. Così è nello sport, così è nel motorismo. Lo sappiamo tutti; lo sanno Bernie Ecclestone e Max Mosley, lo sa Luca Cordero di Montezemolo, lo sa Carmelo Ezpeleta, lo sa Brian France.
Più che mai, in questi ultimi tempi, la discussione sull’importanza del nome è d’attualità. Quando tutto era ancora in discussione, nell’elenco degli iscritti al mondiale di Formula 1 2010 erano apparsi marchi storici come Lotus, Brabham, March. Fasulli, perché non erano quelle realtà vincenti degli anni ’60, ’70 e ’80, ma comunque importanti per gli appassionati, che nonostante tutti i tentativi di scacciarne l’idea con la mente, non potevano che sperarne il ritorno con il cuore.
Poi la divisione e il grande dilemma: chi seguire? Presto detto: come quando al supermercato preferiamo spendere un po’ di più per il prodotto di marca – che non necessariamente è buono quanto quello a prezzo scontato – gli appassionati di automobilismo sceglieranno di guardare le corse dove la Ferrari sarà presente, anche se lo spettacolo potrebbe non essere all’altezza delle aspettative.
Nonostante tutti i marchi registrati e posseduti da Bernie Ecclestone, “Formula 1” non è un nome emozionante quanto “Ferrari” o “McLaren”. E non è una questione di regolamenti, perché, bisogna ammetterlo, quello della FOTA non è poi così invitante: davvero vorreste vedere le squadre spendere centinaia di milioni di euro per le macchine del 2009, che non avranno alcuna evoluzione tecnica, e non un campionato in cui i progettisti sono sfidati ad inventare diavolerie tecniche con un budget stabilito?
Con quanto detto sopra, non voglio dire che la Formula 1 abbia imboccato la strada giusta, ma che le manca il nome (Lotus, Brabham, March, le uniche armi a disposizione di Mosley sono state riposte), così come la sostanza, in realtà l’unica cosa che può fronteggiare l’imponenza di un marchio. L’esempio più lampante è quello della sfida CART/IRL.
La IRL aveva la 500 miglia di Indianapolis, gara che negli anni ’90 era in grado di mobilitare decine e decine di milioni di americani e non, mentre la CART aveva le squadre, la tecnologia e il divertimento. Sebbene Ganassi, Penske, Newman/Haas fossero team conosciuti da tutti, i loro nomi impallidivano nel confronto con “Indianapolis 500”: tuttavia, la CART aveva la sostanza, e per anni è stato il campionato che addirittura si permetteva di infastidire la Formula 1. Quando la sostanza è mancata, i team se ne sono andati. Fine della storia.
Attenzione però. Del nome bisogna anche fare un buon uso. Sbaglia l’Indycar oggi, che non potendo più contare sulla 500 miglia di Indianapolis (la guerra con la CART l’ha indebolita, a vantaggio invece della NASCAR), continua a vivere grazie a Danica Patrick. La bella pilotessa, però, è in procinto di passare alle stock-car: un passaggio che potrebbe rovinare per sempre il campionato a ruote scoperte americano, che intanto corre ai ripari e per il 2011 prepara una formula basata sulla sostanza.
Sbaglia la MotoGp: Valentino Rossi è oggi l’unico motivo per cui la categoria è seguita. Esagero? No: com’era trattato il motomondiale prima dell’avvento del pilota pesarese? Malissimo: in Italia addirittura si poteva trovarla in differita a notte fonda. Quando Rossi vinceva in 125, si parlava solo di 125. Quando Rossi vinceva in 250, si parlava solo di 250. Oggi che Rossi vince in MotoGp, si parla solo di MotoGp. Valentino, tuttavia, non è eterno, e prima o poi si ritirerà. Che cosa farà Ezpeleta senza la sua fonte principale di guadagno? Si affiderà al clone di Rossi, Simoncelli? Andrà in pensione? Quello che sappiamo è che parte del pubblico lascerà perdere, dedicandosi a qualche nuova moda.
La formula più giusta è quella della NASCAR: c’è sia la sostanza, che il nome. Le gare sono divertenti e appassionanti, e ci sono anche i nomi. Certo, Dale Earnhardt Jr è quello che anni fa fece impennare gli ascolti, e ora che non vince più, FOX, TNT e ABC hanno subito una grossa perdita di telespettatori, ma la Sprint Cup rimane comunque il secondo sport più seguito negli USA.
Quindi, se Max e Bernie vogliono davvero continuare per la loro strada senza un ricongiungimento (difficile da credere), almeno lavorassero perché in Formula 1 ci sia sostanza. Forse, però, è troppo tardi: mentre tentavano di fermare la ribellione, sono rimasti praticamente senza squadre. E senza di loro che sostanza potranno mai costruire?
Andrea Giachè





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