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INVASIONE DI PISTA – Capitolo 4: In pista con Henry Surtees

Pubblicato 22/07/09 13:58 da Andrea Giachè 1 commento

Andrea Giachè ricorda il suo incontro, durante i test della Formula Master a Imola dello scorso marzo, con il compianto Henry Surtees

di Andrea Giachè

Ci sono molte cose che non funzionano in questo mondo. Troppe ingiustizie, troppa sofferenza. E la cosa peggiore è che nonostante molti di noi si impegnino a cambiare, la realtà rimane la stessa. La natura ha le sue regole. Domenica, questo triste mondo ci ha sottratto un ragazzo giovanissimo, Henry Surtees. Non vogliamo cadere nel banale: piuttosto vogliamo proporvi un ricordo di Henry, che il sottoscritto ha incontrato lo scorso marzo.

Per un giornalista sportivo specializzato nei motori, uno dei compiti più appaganti che possano esistere è quello di andare in circuito. Per questo ero felicissimo quando, il 18 e il 19 marzo 2009, il caporedattore di 422race.com Fabrizio Corgnati mi aveva mandato a Imola, per seguire i test dell’International Formula Master. Ogni volta l’emozione è quella della prima volta: sarà la malattia dei motori, presumo. E ancora più felice sono stato quando ho saputo che ai box erano presenti John e Henry Surtees.

Non c’è bisogno di spiegare quanto sia sconvolgente sentirsi dire “I Surtees sono qui.” Sir John era la mia priorità e la prima cosa che ho fatto appena entrato in pitlane è stata quella di dirigermi a prendere appuntamento con lui per un’intervista. Come un bambino nel paese dei balocchi, John Surtees giocherellava con una gomma, la faceva roteare per terra, e poi la abbracciava come se fosse un tenero gattino. Drammatico è ripensare a quell’immagine, alla luce dei fatti di Brands Hatch.

Dietro John, seduto all’interno della Tatuus Formula Master, c’era Henry. Lo avevo già visto correre in tv, quando con la via satellite riuscivo a gustarmi il BTCC e le sue innumerevoli gare di contorno. In realtà l’avevo visto in una sola gara nel 2007, Thruxton, e in un’altra di British F3 nel 2008, a Donington. Ma il nome Surtees era talmente altisonante che sarebbe stato impossibile non notarlo. Così, quella mattina del 18 marzo, le mie attenzioni nei confronti di Henry non erano poi così strane.

Con Sir John l’appuntamento era nella pausa pranzo: circa venti minuti d’intervista con uno dei più grandi piloti nella storia dei motori. La prima domanda fu proprio su suo figlio. Ha iniziato ad otto anni, nei kart, ha vinto il campionato britannico nella classe Gearbox,” mi raccontò Surtees. “A quindici anni è passato al campionato Ginetta ottenendo dieci vittorie. Poi la Formula BMW con alcuni buoni risultati. L’anno scorso abbiamo fatto la Formula Renault: è stato un anno così così, però l’abbiamo concluso vincendo e facendo buoni tempi. Due gare in Formula 3, nella National Series: ha conquistato una pole, un primo e un secondo posto e i suoi tempi lo avrebbero portato al settimo posto nella classe International. Quindi direi che sta andando molto bene! Ora stiamo guardando a cosa fare: faremo la Formula 2, ma non conosciamo i circuiti perciò il nostro impegno sarà nell’imparare a conoscerli. Inoltre stiamo guardando alla Formula Master, perché in precedenza avevo già pensato a questa categoria quando Ecclestone aveva cominciato a fare programmi a riguardo. Tuttavia, a causa della situazione economica globale, abbiamo deciso di preferire la Formula 2. Ad Henry piace la macchina, che è molto veloce. Speriamo di poter dimostrare quello che è in grado di fare quando ne avremo la possibilità.” Nel frattempo, Henry se ne era rimasto seduto e rilassato poco dietro, ad attendere il mio arrivo. Doveva essere abituato a quella situazione: il giornalista di turno che parla prima con suo padre, e poi, se va bene, con lui. Mi accorsi ben presto, però, che quel pensiero non lo turbava.

Si dice che una stretta di mano può rivelare il carattere di una persona. Per Henry Surtees questo è vero: una stretta forte, vigorosa, decisa. E, in effetti, era così: nonostante fosse un po’ impacciato (normalissimo considerata l’età, solo diciotto anni), sapeva quello che diceva. Un ragazzo con una passione vera e con degli obiettivi da raggiungere.

In potenza, Henry Surtees era un campione. Lo dico con assoluta certezza: Henry sarebbe diventato sicuramente un ottimo professionista e se avesse continuato con la stessa determinazione e con la stessa intelligenza di allora avrebbe ottenuto grandissimi risultati e riconoscimenti. Non c’entra la stretta di mano. Alcuni piloti hanno un difetto, che è quello di voler andare sempre più forte degli altri. Ma come un difetto? Non è esattamente l’essenza di questo sport? No. Piloti come Fangio o Schumacher, per fare due esempi banali, non erano i più veloci della loro epoca: erano battuti in qualifica e sorpassati in gara. Però si approcciavano alle competizioni in modo diverso: costruttivo è il termine esatto. Non erano i più veloci, ma i più costanti; non facevano tanti sorpassi, ma arrivavano in fondo.

Henry Surtees era un pilota di questo tipo. Ricordo che la nostra conversazione si basò interamente sul fatto che lui dovesse imparare, imparare, imparare. Capire la macchina, capire la pista, fare esperienza. Intanto i suoi rivali montavano gomme nuove e facevano i giri veloci. Henry non doveva nemmeno correre in Formula Master! Era lì per conoscere il circuito, che avrebbe ospitato un round della Formula 2.

E’ stato educato bene da quel padre che lo seguiva sempre e che, parole di Henry, lo consigliava e lo aiutava nel comprendere gli errori commessi. Intelligente, concentrato, disciplinato in pista, disponibile e simpatico in pubblico. Un ragazzo con il sorriso sempre sulle labbra e pronto a parlare se glielo chiedi. Non voglio offendere nessuno, ma fra tutti i presenti ad Imola, Henry è stato quello con cui ho conversato più facilmente. E quando me ne sono andato la sera successiva, ripensavo proprio a lui e a quanto fosse stato bello conoscerlo.

Era una bella persona da conoscere, ecco il punto. Al di là delle sue potenzialità come pilota, era una persona fantastica di cui molti sentiranno la mancanza. Aveva solo diciotto anni.

Andrea Giachè





Commenti (1)

Giulio Gamberiniluglio 22nd, 2009 at 17:37

Bellissimo il tuo ricordo di Henry Surtees, purtroppo domenica scorsa abbiamo perso un ragazzo davvero speciale, che in futuro si sarebbe sicuramente messo in mostra e avrebbe fatto valere le proprie qualità. Addio caro Henry.

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