Tra F1 e IndyCar Series, il 2009 sembra l’anno degli australiani: Mark Webber, Ryan Briscoe e Will Power. Senza dimenticare Scott Dixon, neozelandese di passaporto, ma nato proprio nella Terra dei Canguri.
di alessandroabramocarretti
Un caso curioso quello delle ultime quattro gare fra F1 e IndyCar. Se escludiamo la vittoria di Hamilton a Budapest, l’inno che ascoltiamo a fine gara è sempre il medesimo: Advance Australia Fair! Incredibile a dirsi, il tema degli Aussie è stato eseguito, in Germania, in Alberta e anche in Kentucky. Tutto merito delle vetture Red Bull e Penske? Non proprio. Mark Webber ha vinto la sua prima gara iridata dopo un anno in continua crescita e sta, di gara in gara, bastonando quel Vettel che dall’anno scorso sembrava dover esser destinato al ruolo di compagno scomodo, in ogni scuderia nella quale approdasse.
Se in Toro Rosso ha avuto ben più vita facile (anche se Bourdais all’inizio sembrava poterla spuntare), in Red Bull ha trovato un osso duro che attendeva il momento per sbocciare da quel lontano debutto nel 2002. E Webber l’ha fatto proprio con il compagno di squadra più fastidioso, dando alla sua prima vittoria ancor maggior risonanza. Tempo due settimane e sul gradino più alto del podio di Edmonton, in Alberta, ci finisce Will Power, vincendo la sua seconda gara nel Campionato Americano dopo Long Beach 2008 e la sua quarta in una massima serie. Il secondo canguro di Penske, fino a quel momento, non era altro che il ‘panchinaro’ del Generale. Il sostituto di Castro-Neves prima del ritorno o, nel peggiore dei casi per il brasiliano, per tutta la stagione. Con la vittoria di Edmonton, Power si è guadagnato il cartellino di titolare seppur sempre come 3° pilota e la Penske lo ha premiato con una vettura gialla carminio che lo ha portato anche in Kentucky ad un risultato incoraggiante, considerando quegli anelli che Power ha visto in CART una sola volta nel 2006.
La settimana seguente (domenica scorsa) in Kentucky un convincente Ryan Briscoe frantuma tutti, ribadendo quel che già si era capito da qualche gara: i galloni del capitano in Penske adesso li ha lui! Con tutto il merito a Helio Castro-Neves per la vittoria in Indiana, quell’australiano che l’anno scorso aveva rilevato la n°6 di Hornish è esploso in questo 2009 senza possibilità di appello. L’aussie ha ereditato vettura, responsabilità e, dopo il Kentucky, anche la classe del suo predecessore americano dichiarando: “Ora so come si sentiva Hornish tutte le volte che vinceva le gare in questo modo”. Con la gara di Sparta, l’inno australiano è stato eseguito per la terza volta su quattro Gran Premi. E’ proprio il caso di dirlo: l’Australia è tornata. Sperando che per Webber non possa essere un caso isolato – Power e soprattutto Briscoe non lo sono – la Grande Isola va ad affiancare la Nuova Zelanda che con Dixon dal 2003 ha ritrovato dopo tanto tempo un portacolori ai massimi livelli.
Questa Australia ha già mostrato sulle due ruote l’ottimo materiale umano che, prima in SBK con i due Troy, Corser & Bayliss, e poi in MotoGP con Casey Stoner, può schierare in pista. Nelle monoposto si tornò a vincere in CART con Power già nel 2007 a Las Vegas. Nella Champ Car lo spirito australiano era piuttosto presente, con un GP sulla Gold Coast da 350 mila spettatori a gara e con il Team Walker rinominato Team Australia sponsorizzato da una prestigiosa etichetta vinicola… australiana come la Aussie Vineyards con sede, ma guarda il caso, nel Queensland di Surfer’s Paradise. Un impegno e una presenza consistente, quella dei Canguri, che puntavano molto sul pupillo Power. Il ragazzo, dopo l’apprendistato di fine 2005 e tutta la stagione 2006 in continuo miglioramento, nel 2007 vince il GP del Nevada a Las Vegas proponendosi come uno degli outsiders allo strapotere di Sebastien Bourdais. Durante la stagione mostra ancora tante lacune dovendo cedere il passo a Doornbos e Wilson, più esperti di lui e maggiormente in grado di ostacolare il francesino d’oro. Power ritroverà la vittoria a Toronto in quella stagione e ancora a Long Beach nell’ultima gara di CART ad inizio 2008. A Edmonton, dove aveva corso nelle stagioni precedenti, riprende da dove aveva lasciato.
Ryan Briscoe giunge in una massima serie nel 2005. Arriva nella Ganassi del periodo buio, ad affiancare il Campione 2003 Scott Dixon. Una stagione dal debutto amaro: a Chicago la Ganassi dell’australiano decolla durante uno scontro con una Cheever e si spezza in tre parti prendendo fuoco, in un episodio tra i più terribili e spettacolari che l’automobilismo ricordi. La fortuna nella sfortuna non spedisce all’altro mondo il pilota, ma lo allontana dalle gare per molto tempo, facendo temere una carriera già stroncata in partenza. Ritorna in pista già nel 2006 prima con la D&R in IndyCar, poi in CART nelle ultime due gare di stagione per RuSport. Nel 2007 la prova del nove: se con la Luczo-Dragon si fosse ben comportato nella sola Indianapolis, avrebbe avuto il biglietto di sola andata sulla Penske di Sam Hornish jr. partente alla volta della NASCAR. Un meritatissimo 5° posto lo promuove in automatico alla guida della Dallara n°6 e già nel 2008 si impone su tre gare in calendario (Australia compresa). Nel 2009, con la faccenda finanziaria di Castro-Neves, Roger Penske gli affianca il connazionale Power consegnandogli de-facto i galloni di capitano. Senza farsi attendere Briscoe vince in Florida all’apertura di stagione, confermando il fiuto di Roger Penske. Tornato il brasiliano, vincente peraltro ad Indianapolis, poteva sembrare un ritorno al 2008 ed invece da Milwaukee Ryan Briscoe inizia ad inanellare una serie di secondi posti che in breve lo portano a lottare per la testa del Campionato. Il quarto posto ad Edmonton e la vittoria in Kentucky lo lanciano in testa alla classifica e lo pongono come l’unico della scuderia a poter lottare per il titolo contro due mostri sacri come Dixon e Franchitti.
Ironia della sorte, Mark Webber dei tre aussie è il più anziano e quello dal debutto più datato. Dopo il titolo di vicecampione nel Campionato di F.3000 Internazionale nel 2001, l’australiano trova nel 2002 subito un sedile in Minardi che porta ad un insperato 5° posto proprio in Australia, al debutto in F1. Una presentazione quanto mai incoraggiante. La Minardi non è un team dalle prestazioni eccezionali ma permette a Mark di passare in Jaguar nel 2003 portando in dote i due punticini conquistati l’anno prima. Da quell’anno si conquistano punti fino all’ottavo posto e Webber porta a casa ben 17 lunghezze in stagione. L’anno seguente la riconferma sul team britannico ma sono tempi più duri e il 2004 gli frutta solo sette miseri punti: dieci in meno dell’anno passato! Ciò non gli preclude il passaggio in Williams per il 2005. A Montecarlo giunge 3° e a fine stagione raccoglie 36 punti, più di quanto avesse potuto fare nelle tre stagioni precedenti. Il 2006 è un’annata di carestia: la Williams è in tremenda crisi per la perdita del propulsore BMW e a fine stagione il matrimonio si conclude. Per Webber, dopo cinque stagioni di F1, sembra arrivata l’ora del ritiro o quantomeno del ruolo di comparsa, come è stato per molti altri piloti prima di lui. Eppure la stoffa c’è e l’australiano è un driver di vecchio stampo: solido, concreto, costante e serio. Nessun comportamento da farfallone e anche l’aspetto alla Clark Kent, quella stazza da Superman, lo mostra a tutti come un ragazzo serio e poco incline alla vivacità dal contorno VIP della F1. Lo ingaggia la Red Bull per affiancarlo al “gigolò” Coulthard.
La Red Bull ha bisogno di un driver avviato ma ancora abbastanza giovane da maturare nel ruolo di veterano quando lo scozzese vorrà andarsene. Nella prima stagione Webber inanella 10 punti ed un prezioso terzo posto nel GP d’Europa. L’anno dopo raddoppia il bottino con 21 punti, facendo meglio del più esperto compagno di scuderia. Per il 2009 David Coulthard annuncia il ritiro e la Red Bull promuove il giovane Vettel, che con una Toro Rosso aveva vinto a Monza. Webber sulla carta dovrebbe essere il capo-squadra, ma Vettel è scomodo e infatti il tedesco non si fa attendere. Vince in Cina e Gran Bretagna e con un secondo posto in Bahrein stritola l’australiano. E’ solo una questione di tempo: Mark Webber sotto sotto lavora, agguanta tre secondi ed un terzo posto. In Germania il canguro guida con una maestria di vecchia generazione, non si fa intimidire dall’enfant terrible tedesco che tiene dietro fino all’arrivo. Con la vittoria in terra tedesca, la prima in carriera, si avvia in Ungheria agguanta una terza piazza dietro alle risorte McLaren e Ferrari e diventa il più temibile contendente alla leadership di Jenson Button in Campionato. Si chiude il cerchio. Dopo il botto in CART di Power, che probabilmente sarebbe stato uno degli uomini da battere nella mai partita stagione 2008, esplode nel Campionato Americano Ryan Briscoe, al momento è in testa alla classifica, ed in F1 Mark Webber migliora di GP in GP portandosi alle spalle di Button e, cosa di non poco rilievo, tenendo dietro quel Vettel che avrebbe triturarlo fin dall’inizio di stagione.
Scott Dixon, Campione uscente dal 2008, si ritrova un australiano davanti e non è più da solo a difendere le Union Jack Blue Flag. Ironia del destino, il pilota neozelandese è in realtà nato a Brisbane ma ha nazionalità Kiwi. L’emisfero australe si è svegliato dopo decenni di assopimento, dopo anni in cui ad Adelaide prima, a Surfer’s Paradise poi e a Melbourne oggi, si sono scritte pagine su pagine di storia dei più grandi campionati automobilistici per monoposto. L’Australia e la Nuova Zelanda hanno una tradizione motoristica ben più prestigiosa di molti altri stati europei o americani, una tradizione che li porta ad aver avuto una propria F2 come la (oggi cancellata) Formula Holden, da cui bene o male sono usciti un po’ tutti i campioncini di oggi provenienti da quelle isole. Un loro caratteristico Campionato Turismo come il V8 Supercars, che richiama un numero vastissimo di spettatori, pur essendo un piccolo universo chiuso che dimostra quanto l’isolamento spesso non sia imputabile come causa ad una magra vivacità nel motorsport, ma che anzi in Australia, come in Giappone, permetta il fiorire di realtà che meriterebbero ben maggiore supporto. L’Australia e la Nuova Zelanda, così come tante altre realtà al mondo, hanno avuto un proprio GP di F1 ufficioso. Per la Nuova Zelanda si parla addirittura degli anni ’50: tra il 1955 ed il 1969 ad Ardmore e Pukekohe si disputava l’allora New Zealand Grand Prix che mai ha ricevuto il patentino di ufficialità in calendario.
L’Australia ha avuto il suo GP di F1 in tempi ben più recenti, a partire dal 1980: ha vissuto per cinque stagioni nell’ufficiosità a Calder, per poi passare dal primo GP valido in campionato, ad Adelaide, fino al 1996, quando Melbourne ‘rubò’ il titolo alla ben più conosciuta città australiana. La CART approdò dall’altra parte del globo addirittura nel 1991: sarebbe stato un matrimonio lungo e fruttuoso, a tal punto che alla fine del 2007 Surfer’s Paradise era il GP che richiamava il maggior numero di spettatori della stagione, addirittura più di Edmonton e Long Beach. Era risaputo che la CART si reggeva su queste tre gare e lo spirito CART che si respirava in Australia non aveva confronti. Quando la categoria venne chiusa nel gennaio del 2008 la IndyCar non sentiva quell’appeal con la Gold Coast tanto da prevederla nel suo futuro, ma ripescò Surfer’s Paradise con Long Beach ed Edmonton per il ricco ‘bottino’ che gli avrebbe fruttato a fine stagione. In ottobre si corse l’ultima gara non valida per il campionato nella storia delle monoposto e già a novembre le parti si erano separate per mai più ritrovarsi. L’Australia era troppo più vicina alla CART per legarsi al Campionato Americano. Anche gli accordi in calendario non combaciavano e allora una stretta di mano e bye bye. Dal 2009, dopo quasi 20 anni, in Australia si torna a disputare una sola gara di massima serie.
La storia dei grandi australiani e neozelandesi sulle monoposto è di poco posteriore a quella dei Gran Premi. Bruce McLaren e Jack Brabham sono stati i capostipiti di una lunga storia iniziata proprio 50 anni fa. Jack Brabham vinse nel 1959 il suo primo titolo di F1 (ne sarebbero seguiti altri due nel 1960 e nel 1966). L’anno prima il neozelandese Bruce McLaren era arrivato in F1 proprio per la scuderia di Brabham e nell’anno del trionfo del suo datore di lavoro vinse il suo primo GP, quello degli Stati Uniti, all’età di 22 anni diventando il più giovane vincitore di F1 di sempre (lo rimarrà fino all’arrivo di Alonso e Vettel). 43 anni dopo, il suo connazionale Scott Dixon divenne il più giovane vincitore di sempre di una gara a ruote scoperte di massima serie, vincendo il Gran Premio di Nazareth in CART all’età di 20 anni, 9 mesi e 14 giorni. McLaren vinse il GP di Monaco nel 1962 e nel 1963 fondò la Bruce McLaren Motor Racing Ltd. Vinse il GP di Nuova Zelanda nel 1965 e nel 1966 con una propria vettura, dopo aver corso con le Cooper fino alla precedente stagione: il pilota scelto sarebbe stato Denny Hulme. Anch’egli neozelandese, Hulme vinse il titolo di F1, il primo per la Nuova Zelanda, nel 1967. Bruce McLaren non avrebbe mai vinto un mondiale di F1, pur avendo trionfato più volte sulle sue vetture. Il 2 giugno 1970 il pilota-costruttore morì mentre provava la sua M8D Can-Am sul circuito di Goodwood. La sua scuderia diverrà la più prestigiosa in F1 dopo la Ferrari, correndo però con la licenza britannica e non portando mai in dote alla Nuova Zelanda tutti i titoli e le vittorie che la McLaren oggi detiene.
Dal titolo di Hulme si dovrà attendere il 1980, quando l’aussie Alan Jones riporta l’emisfero australe a vincere un titolo in una serie di massima serie a ruote scoperte. Jones vince per la Williams in F1 e da quel momento passeranno altri 23 lunghi anni d’attesa. Nel 2003 Scott Dixon, il ‘kiwi’ di nascita australiana per uno scherzo del destino, regala alla Nuova Zelanda e in un certo senso anche alla terra natale, l’Australia, un nuovo titolo. Il primo nel Campionato Americano, il secondo per la Nuova Zelanda, il primo del nuovo millennio. Il secondo giungerà cinque anni dopo, sempre su una Ganassi, in una stagione che lo vedrà dominatore assoluto dopo un duello con il miglior Castro-Neves di sempre. Le reali poste neozelandesi gli dedicano un francobollo, incoronandolo come il più grande pilota neozelandese della storia.
Il 2009 si è aperto con tante domande, con tante attese ma durante la stagione si sono trovate almeno quattro conferme: Scott Dixon, Mark Webber, Ryan Briscoe e Will Power. Advance Australia Fair… God Defend New Zealand… la storia contina…
Albo d’oro:
1959 Jack Brabham (F1)
1960 Jack Brabham (F1)
1966 Jack Brabham (F1)
1967 Denny Hulme (F1)
1980 Alan Jones (F1)
2003 Scott Dixon (USAC/IRL)
2008 Scott Dixon (USAC/IRL)
alessandroabramocarretti