di Fabrizio Corgnati
Questo weekend, a Magny-Cours, è avvenuto un fatto che, per quanto apparentemente trascurabile, merita una riflessione perchè è emblematico di una tendenza in atto sempre più preoccupante. Dopo quasi un anno di inattività, Ben Hanley è tornato al volante di una monoposto di Euroseries 3000 e subito, al debutto, ha vinto gara-2. 24 anni, inglese di Manchester dalla faccia sbarazzina (ma, come ama ripetergli il sottoscritto, “in realtà italianissimo”, vista la lunga permanenza nel nostro paese che gli ha regalato un’ottima padronanza della nostra lingua), Ben era stato malamente scaricato dalla Renault l’anno scorso, dopo aver colto al debutto in GP2 Asia Series uno strepitoso podio e aver avuto poche chance di ben figurare in Main Series a causa di qualche problema di troppo con il suo team Campos.
La cronica mancanza di sponsor che riguarda la maggior parte dei piloti, unita alla terribile situazione dell’economia britannica, gli aveva poi impedito di trovare un sedile prestigioso a tempo pieno per il 2009, tanto che a inizio anno si era rivisto nel mondo del karting con la fida Maranello, anche lì ottenendo risultati di rilievo nonostante il lungo stop. A sostituirlo in Campos era stato Lucas di Grassi: divenuto vicecampione della categoria, aveva poi dovuto dire addio alle speranze di passare in Formula 1 con la Renault (e con la Honda), che gli ha preferito un francamente sempre deludente Nelsinho Piquet.
In GP2 Series farà il suo ritorno questo weekend anche Franck Perera, pilota che fin dai tempi del kart è riconosciuto come uno dei più veloci della sua generazione (anche lui con un lungo background in Italia). Nella formula cadetta, il transalpino è stato poco più che una meteora: colpa della Toyota, che dopo avercelo portato lo ha lasciato a piedi senza troppi complimenti. Perera si è consolato con le gare americane e la Superleague Formula, figurando sempre tra i protagonisti, riuscendo solo dopo tre anni a ritrovare la via che porta verso il professionismo. Una sorte simile era capitata a Ryan Briscoe, anche lui giunto alle soglie della Formula 1 e poi scaricato dalla Toyota, solo per essere, ora, capoclassifica della IndyCar Series.
In quanto alla Red Bull, poi, gli esempi si contano a decine. Solo Sebastian Vettel (nella cui crescita ha pesato però molto l’aiuto della BMW) ha ripagato in Formula 1 gli investimenti fatti, per il resto tante delusioni (tra tutte quella di Christian Klien e, per ora, quella di Sebastien Buemi) o piloti di grande potenziale abbandonati in corsa (Filipe Albuquerque, Edoardo Piscopo…), senza dimenticare il nostro Tonio Liuzzi, la cui carriera in F1 è stata letteralmente stroncata dalle preferenze fatte a favore di Klien prima e di Vettel poi.
Sappiamo quanto, in un automobilismo dai budget sempre più folli, contino gli sponsor e i marchi che abbiano voglia di investire sui giovani. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che i grandi programmi per gli “young drivers” messi a punto dai costruttori spesso seguano dinamiche non del tutto meritocratiche, con il rischio di illudere e poi rovinare lo sviluppo di tanti, troppi giovani talenti. Renault, Red Bull, Toyota ci riflettano: meglio puntare su pochi cavalli, ma che siano quelli buoni. In fondo, Ron Dennis di pilota ne ha seguito solo uno. Ed è diventato campione del mondo.
Fabrizio Corgnati





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