di Fabrizio Corgnati
La vittoria del Gran Premio di Germania non è solo la vittoria della Red Bull Racing, che riapre il campionato permettendo ai suoi due piloti di scavalcare Rubens Barrichello. Non è solo la prima vittoria di un pilota australiano quasi 30 anni dopo Alan Jones. E’ soprattutto la prima vittoria di Mark Webber, un personaggio sui generis (capace addirittura di commuoversi per questo risultato) che fa tanto bene alla moderna Formula 1.
Quella di Mark è una storia d’altri tempi. In un’epoca in cui i giovani predestinati salgono a bordo di una monoposto della massima Formula prima ancora di aver preso la patente e vengono subito lanciati nell’Olimpo, l’australiano ha dovuto attendere ben 32 anni e 132 gare per salire sul gradino più alto del podio. E nel frattempo ha fatto tanta, tanta gavetta.
Nella sua Australia, con i kart e la Formula Ford, poi in Europa, dove prima di essere uno dei protagonisti della Formula 3000 Internazionale (3° nell’anno del debutto e poi 2°) fa un percorso particolare per un pilota destinato al palcoscenico del grande circus, dedicandosi alle ruote coperte. Nel 1998 è secondo nel FIA GT con la Mercedes, che l’anno successivo lo porta alla 24 Ore di Le Mans, dove rischia anche la vita in uno dei tanti decolli con ribaltamento della CLR.
Poi lo nota Flavio Briatore, che lo vuole come collaudatore della Benetton F1 e da allora il piemontese, come suo manager, gli garantirà una stabile carriera in Formula 1. Anche per via della sua altezza di 1 metro e 85, che certo non lo favorisce nell’abitacolo, deve attendere fino a 26 anni per poter disputare il primo Gran Premio di F1, un’età alla quale oggi si viene considerati già vecchi.
E subito, nella sua prima gara davanti al pubblico di casa, si aggiudica due punti, un risultato da incorniciare per la piccola Minardi. Negli anni successivi passa alla Jaguar, dove si fa notare per le sue abilità in qualifica, poi finalmente alla Williams, che però non è più quella di una volta e gli permette di portare a casa un solo podio, per tornare quindi a Milton-Keynes, nel team ora ribattezzato Red Bull.
Un ragazzo semplice, Mark, proprio per via di questo lungo apprendistato che ne ha forgiato il carattere e l’umiltà, dote rara nel mondo della Formula 1. Lui stesso ammette di non apprezzare i suoi colleghi giovani che “pensano di essere leggende quando ancora non hanno fatto nulla.” Un ragazzo loquace, sincero, che dice quello che pensa, per questo molto piacevole da intervistare (e anche in questo caso assolutamente una rarità).
Della Formula 1 ama il mestiere di correre, più che il lusso sfavillante. Non per niente ha scelto di vivere nella piccola città di Aylesbury, a 55 km da Londra, con il suo cane Shadow e la moglie Ann. Non una giovanissima modella, ma un’intelligente e disponibile manager inglese, 13 anni più vecchia di lui, conosciuta nel 1995 in una pista australiana e da allora mai più abbandonata.
Pur correndo per la “festaiola” Red Bull, ai party Mark non si vede quasi mai. Piuttosto, preferisce andare in giro con la sua mountain bike, anche a costo di rompersi una spalla, come accaduto questo inverno. Ma l’australiano, costretto ad una lunga inattività nei mesi clou della preparazione per il campionato, non si è dato per vinto, nemmeno quando si è ritrovato a fianco il nuovo giovane beniamino delle folle e della critica, Sebastian Vettel.
Anzi, spesso se lo è messo alle spalle, prima di conquistare, proprio oggi, il suo primo successo in Formula 1, proprio in casa del suo compagno di squadra. E ora, in campionato si trova a un solo punto e mezzo di distacco da lui, quindi in piena lotta per il titolo.
Da domani i titoloni torneranno ad essere dedicati agli altri, i più arroganti e applauditi. Ma oggi è la giornata di Mark Webber, il sorridente ragazzone di Queanbeyan. E il nostro applauso è tutto per lui.
Fabrizio Corgnati





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