La Formula 1 rischia di rimanere schiacciata dalla lunga lite fra FIA e FOTA. Mosley tende la mano, ma resta fermo sui principi che stanno a cuore ai team. Le squadre la buttano sul piano finanziario: “Non ci pagano dal 2006″. La realtà è ben più compessa di come sembra.
di Vittorio Alfieri
La Formula 1 è un giocattolo che funziona, che certe volte si inceppa ma riparte sempre. Però stavolta rischia. E non poco: rischia di finire schiacciato sotto il peso dell’orgoglio di chi punta i piedi per imporre la sua legge, la FIA da una parte, la FOTA dall’altra. Senza chance di compromesso.
Mosley apparentemente ha teso la mano, ha portato da 40 a 100 sterline il tetto di budget per venire incontro alle esigenze dei grandi team dalla spesa facile. Lasciando irrisolte però due questioni: quella della libertà progettuale che il regolamento concederebbe ai debuttanti e quella dei proventi finanziari.
Sorprende infatti che nel comunicato della FOTA che annuncia l’avvio delle procedure per l’organizzazione del campionato alternativo, venga fuori solo adesso, per la prima volta dopo mesi di lotta, il fatto che “decine di milioni di dollari sin dal 2006 non sono stati distribuiti dal detentore dei diritti commerciali”. Ovvero da Bernie Ecclestone. Il che dimostra che a muovere la FOTA ci sono ragioni più serie, o perlomeno più complesse, di quelle buttate in pasto all’opinione pubblica.
Tirato in causa, Ecclestone ha preteso di incontrare Mosley venerdì pomeriggio nel paddock di Silverstone. Un tentativo da ultima spiaggia che è saltato quasi subito e ha lasciato pure lui col broncio.
Mosley invece ancora sorride: ha congelato la lista delle iscrizioni del 2010, ha avviato azioni legali contro la FOTA e “contro la Ferrari in particolare”. Se ne va tranquillo a passeggio fra i box, proprio a Silverstone dove la Formula 1 cominciò nel 1950 il suo percorso di gloria.
Vittorio Alfieri