Tutti pazzi per la NASCAR. Negli ultimi anni, soprattutto in questo 2009, l’interesse dei piloti verso lo sport a stelle e strisce è stato sempre più alto, eppure questo accade durante la parabola discendente della NASCAR.
di Andrea Giachè
Danica Patrick, Jacques Villeneuve, Mika Salo, Jarno Trulli, Nelson Piquet Jr come piloti, Sebastian Vettel e Heikki Kovalainen come spettatori. Questi sopra elencati – in ordine di reale interesse? Ai posteri l’ardua sentenza – sono solo alcuni dei nomi collegati alla NASCAR ultimamente. Sia chiaro: con ultimamente s’intendono gli ultimissimi mesi, altrimenti dovremmo tirare in ballo anche i vari Montoya, Papis, Hornish, Speed, Ambrose, Carmichael… e tutti quelli che hanno fatto il grande salto.
È un argomento che per quanto mi riguarda ho affrontato già qualche volta sulle pagine della rete: perché i piloti sono attratti dalle stock-car? Non è uno sport stupido, con macchine facili da guidare, con circuiti ridicoli dove bisogna girare sempre a sinistra e in cui più che piloti bisogna essere atleti di wrestling?
Brevemente: la NASCAR può essere considerata come uno sport differente dal resto del motorismo, perché sin dalla sua creazione si basa su filosofie differenti rispetto, ad esempio, alla Formula 1. E nel corso degli anni, sebbene il mondo sia cambiato, queste differenze non solo sono rimaste, ma si sono anche amplificate. La NASCAR è diventata il secondo sport più seguito negli USA grazie a gare spettacolari e quarantatré piloti che hanno le stesse chance di vincere. Le vetture sono molto pesanti, è vero, ma anche difficili da controllare, soprattutto quando si corre in gruppo a pochi centimetri l’uno dall’altro e le possibilità di messa a punto sono innumerevoli.
Ma…
Sì, c’è un grande, enorme ma.
Pur rimanendo il secondo sport più amato del Nord America, pur avendo abbattuto il muro che lo proteggeva come sport unicamente repubblicano, la NASCAR ha subìto un forte declino negli ultimi tre anni.
La crisi economica si è sentita molto nello stato che nel giro di pochi mesi ha osservato General Motors e Chrysler finire in bancarotta: i team ne hanno risentito perdendo sponsor e la possibilità di correre tutte le gare. Senza sponsor non c’è nemmeno il richiamo degli spettatori, che a loro volta si sono ritrovati fra le mani un portafoglio sempre più leggero: è così che dai numerosi “tutto esaurito” delle annate 2004, 2005 e 2006 i circuiti si sono ritrovati con tribune sempre meno popolate.
Il problema degli spalti, va ammesso, non nasce solo dai problemi economici, ma dalle scelte poco lungimiranti del nuovo amministratore delegato Brian France. Da quando ha preso il posto di suo padre Bill France Jr nel 2003, il “terzo” France ha apportato queste modifiche: Chase for the Sprint Cup, cambio di sponsorizzazione dalla leggendaria Winston alla NEXTEL e infine alla Sprint, Car of Tomorrow, numero maggiore di gare in notturna o orari di partenza spostati al pomeriggio inoltrato. Che cosa hanno significato queste scelte? Perdita d’interesse da parte dei fan tradizionali (già demotivati dopo la morte del loro idolo Dale Earnhardt Sr nel 2001) e introduzione di nuove generazioni di tifosi (bambini e donne soprattutto) che però si sono sentiti emotivamente coinvolti dal solo Dale Earnhardt Jr. Che finché riusciva a vincere portava persone in pista ma, da quando ha smesso, ha scatenato il processo contrario.
È esattamente quello che è accaduto in Italia: i media hanno spinto per creare il mito Ferrari e la divinizzazione di Michael Schumacher, utile finché la coppia ha dominato Mondiali su Mondiali, ma scatenante un menefreghismo nei confronti della F1 quando a diventare campioni del mondo sono stati Alonso, Hamilton o Button. È così che quando a lottare per il titolo sono Brawn e Red Bull, la gente smette di guardare le corse (perché indottrinati in precedenza alla formula “dominio Ferrari = spettacolo”) e Sky è costretta a rinunciare a questo sport. Avviso: accadrà lo stesso anche nel motomondiale. È così anche negli USA: le TV, come la NASCAR stessa, hanno spinto per Dale Earnhardt Jr, ma il gioco ora si è rotto. Si sta cercando di fare lo stesso con Jimmie Johnson, il campione delle ultime quattro Cup, ma il personaggio non è gradito.
Abbiamo accennato alle COT: sono più sicure, è vero (ma solo quando vanno dritte, se si trovano al contrario dopo un testacoda, può scatenarsi il finimondo), ma non sono spettacolari. Una volta messe in pista, i tecnici si sono accorti che erano aerodinamicamente sbagliate e per rimediare hanno dovuto introdurre un alettone posteriore, che è stato come mettere una pezza di stoffa ad un pantalone stracciato. Aggiungiamoci poi l’impossibilità della Goodyear di costruire pneumatici normali (prima le mescole erano troppo morbide e tutti foravano, poi le hanno fatte talmente dure che non c’erano sorpassi, perché in NASCAR il rapporto tra grip e spettacolarità è direttamente proporzionale, tanto per citare una delle differenze sostanziali con la F1) e il disastro è stato completo.
Allo stato attuale delle cose, la NASCAR sta vivendo un’autentica parabola discendente in quanto a popolarità, quindi è curioso come tutti i piloti citati all’inizio siano attratti dalle stock-car oggi. Ah sì, lo so perché: sono tutti concorrenti di Formula 1 e IndyCar. Se per parlare dei problemi della NASCAR bastano queste poche righe, per quelle due categorie bisognerebbe scrivere degli autentici trattati.
Andrea Giachè