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16TH-AND-GEORGETOWN – Perchè gli italiani non vanno negli USA?

Pubblicato 25/01/10 20:41 da Marco Strazzulla

Perché non si sente più parlare di piloti italiani seriamente intenzionati ad attraversare l’oceano? Perché le uniche notizie al riguardo sono il test-“curiosità” di Trulli in NASCAR e la pseudo-trattativa di Pantano per andare in IndyCar?

di Marco Strazzulla

Alcune recenti interviste mi hanno fatto tornare alla mente un vecchio quesito: perché nessun italiano va più a correre negli USA? Tranne alcune apparizioni di Max Papis (che tra l’altro ormai è diventato più che altro un italo-americano) alla 500 Miglia di Indianapolis (e nel 2009 in NASCAR), la comparsata di Fabrizio Del Monte in Champ Car o il recente test di Trulli con il team di Michael Waltrip (per la verità più che altro un divertimento personale per il pilota abruzzese), sono anni che non si hanno più notizie di un reale interesse da parte dei piloti italiani ad attraversare l’oceano.

Emblematico il caso di Giorgio Pantano, che in una recente intervista ha dichiarato di essere vicino ad un accordo per correre nel 2010 in IndyCar, anche se in realtà il pilota veneto è un po’ di tempo che va ripetendo sempre la stessa storia, che poi puntualmente svanisce nel nulla. Eppure Pantano è un pilota veloce e spettacolare, come si dice, “bello da vedere”, probabilmente il pilota ideale per andare a correre in Indycar. Ma lo abbiamo trovato a passare un 2009 a dividersi tra Superleague Formula e Megane Trophy, con tutto il rispetto categorie non certo all’altezza del suo talento. Il pilota padovano aveva già avuto in passato qualche sporadica esperienza negli USA, di prestigio e con ottimi risultati: nel 2005 aveva disputato due gare in IRL, ottenendo la prima fila in prova ed il quarto posto finale nella gara a Watkins Glen. Poi anche un test con il team PKV (il team di Jimmy Vasser, attualmente impegnato nella Indycar Series con il nome di KV Racing Technology) in ChampCar, e poi più nulla. Un vero peccato, perché le esperienze erano state più che positive e lasciavano intravedere un futuro roseo. Purtroppo però ragioni misteriose, legate a problemi manageriali e di reperimento di sponsor, hanno fatto rimanere queste prospettive solo tali (e qui, nel caso specifico, resta il mistero di come sia possibile che un pilota di questo calibro non sia stato in grado di crearsi un giro anche minimo di sponsor che gli diano una mano).

In questi giorni un altro talento italiano, Mirko Bortolotti, ha perso l’appoggio della Red Bull, che sembrava potergli spianare la strada per la Formula 1. Cosa farà adesso il giovane pilota trentino? E’ ancora giovane (classe ’90), ma farà meglio a cominciare a guardarsi intorno e cercare soluzioni “estreme“ (ma perché mai estreme, poi?), per non commettere lo stesso errore di Pantano e trovarsi fra dieci anni pilota di talento ma senza una categoria alla sua altezza.

Il paradosso è che attualmente la IndyCar è un monopolio italiano, con la presenza della Dallara quale unico fornitore di telai. Eppure nessun italiano sbarca più nella categoria dominata dall’Italia. Perché? E’ solo mancanza di appeal, o è anche paura di mettersi in gioco? E’ ignoranza, nel senso di poca conoscenza della categoria, o mancanza di soldi? Certo, il budget serve, ma le corse americane sono molto meno care che la Formula 1 o altre categorie europee. Quello della Dallara è poi un caso emblematico, che forse fa pendere la risoluzione del quesito sull’opzione “culturale”: in un periodo in cui in tanti si riempiono la bocca con il Made in Italy, una casa italiana al 100% che da anni e anni vince la corsa americana per antonomasia, la 500 Miglia di Indianapolis (e cancella qualsiasi concorrente, tanto da essere diventata l’unico fornitore di telai), eppure nessun media se ne è occupato. Forse qui troviamo una risposta allo scarso interesse dei nostri piloti verso le gare americane: una mancanza di cultura e conoscenza di quel genere di corse.

Ma forse c’è da chiedersi anche se ai nostri piloti manca un po’ di spirito di iniziativa, per non dire che si possa ipotizzare anche un pizzico di supponenza. Sempre per tornare al caso di Pantano, forse quello più emblematico per il rapporto tra il talento del pilota e la categoria in cui corre, viene da chiedersi ad esempio come mai, mentre tutti i piloti interessati ad un sedile al di là dell’oceano si fanno vedere nei paddock (ad esempio Sato è due anni che frequenta i box della IndyCar, oppure il francese Nelson Philippe, spesso presente per intrattenere trattative prima del suo approdo ad Indy, ma si potrebbero fare altri nomi), Pantano, che è due anni che dice di stare per firmare con il team Panther, non si è mai visto in giro durante le corse della IndyCar. O durante gli incontri, come il recente incontro all’Indianapolis Motor Speedway, una due-giorni servita sia a definire le linee guida per la stagione 2010, sia per continuare ed approfondire le trattative per la prossima stagione, dove erano presenti in 250 tra piloti, team menager e addetti ai lavori.

Uno dei problemi del nostro automobilismo è che in Italia esiste un grande “mostro” che fagocita tutto l’interesse: la Ferrari. Questo sarebbe un argomento interessante su cui dibattere: indubbiamente la Ferrari, al contrario di quasi tutti gli altri grandi costruttori, ha fatto poco o niente per tutelare e far crescere i giovani piloti italiani. Il problema è che in Italia la Ferrari ha un potere tale da calamitare tutte le attenzioni e tutte le risorse e il fatto che lei si sia disinteressata dei piloti italiani è una grave pecca. Dall’Italia è più difficile emergere perchè il suo costruttore più importante vampirizza tutto e non ti aiuta. Pare che il gruppo Fiat sia interessato ad entrare, col marchio Alfa Romeo o Maserati, in IndyCar nel 2012. Cosa succederà? Supporterà un pilota italiano, come fanno un po’ tutti (attualmente l‘Honda supporta Hideki Mutoh e potrebbe appoggiare l‘arrivo di Takuma Sato). Sia chiaro, supportare non significa raccomandare degli incompetenti, ma aiutare dei giovani di talento a costruirsi una carriera. E comunque, anche senza il supporto di una grande casa, il fagocitamento di interessi e risorse da parte della Ferrari è un altro buon motivo per cui per un giovane pilota italiano deve cercare altre vie per cercare di emergere. E’ un po’ lo stesso discorso della “fuga dei cervelli” a cui si assiste in tanti altri campi: anche nel caso delle corse forse sarebbe meglio cercare una “fuga” perchè in Italia quei pochi che anche possono non hanno l’interesse (o la voglia, o la cultura) a darti una mano e una possibilità.

Marco Strazzulla



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