di Marina Beccuti
La Formula 1 parla sempre più tedesco. Non è solo per il rientro della Mercedes come team ufficiale, mancava dal 1955, ma per i tanti piloti che vi corrono quest’anno, ben sei. Dal ritorno di Schumacher alla new entry Hülkenberg, a Rosberg compagno di Schumi nel team tutto teutonico. Vettel è l’astro nascente, candidato alla vittoria finale, da non dimenticare i meno quotati Glock su Virgin e Sutil (di origine uruguaiana) su Force India.
A seguire c’è la pattuglia brasiliana formata da Massa della Ferrari, Barrichello su Williams, Senna sulla Hispania e Di Grassi che debutta sulla Virgin. La Spagna non se la passa male se consideriamo che il primo iberico di peso nella storia della F1 fu Alonso, due volte campione del mondo, al debutto sulla Ferrari. Adesso l’asturiano non è più solo ma ha al suo fianco Pedro de la Rosa alla Sauber, Alguersuari confermato alla Toro Rosso, più un team completo come l’Hispania, nato dalla Campos.
Gli inglesi sono due, entrambi alla McLaren, Button, attuale campione del mondo ed Hamilton, vincitore del titolo nel 2008. Due anche gli italiani al via, Trulli su Lotus e Liuzzi con la Force India, dopo 14 anni di F1 non ci sarà al via il longevo Fisichella. Da considerare però che Massa, Barrichello e Di Grassi sono tutti di origini italiane. Così Buemi, unico rappresentante della Svizzera. Stanno arrivando anche i piloti dell’Est, dopo il polacco Kubica, al suo fianco in Renault siederà per la prima volta un russo, Petrov.
In extremis è arrivato anche un rappresentante dell’India, Chandhok, ma il grande paese orientale ha anche un team tutto suo, la Force India. Non manca il rappresentante dell’Australia, Webber su Red Bull, mentre, dopo l’addio di Raikkonen, passato al rally, l’unico finlandese rimasto è Kovalainen, passato alla Lotus dopo due anni difficili alla McLaren. Uno solo il rappresentante del Sol Levante, Kobayashi alla Sauber, un giapponese che fin dall’esordio l’anno scorso nelle ultime due gare del mondiale ha impressionato.
Come dire che la F1 è diventata una “babele” di paesi e lingue diverse, che rende questo sport sempre più multietnico e globalizzato, se pensiamo che prima di Hamilton non c’era mai stato un pilota di colore, così non era mai entrato un pilota dell’ex Unione Sovietica. La F1 “buca” ormai ogni televisione dell’emisfero, proprio per questo si spera che ci siano meno polemiche e più divertimento, ne gioveranno tutti. Soprattutto il pubblico.
Marina Beccuti





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