Tanti auguri Lotus! La ricorrenza cade proprio nell’odierno Gran Premio d’Europa 2010. Ripercorriamo tutta la storia del marchio il cui nome stesso ha un’origine incerta. Tanti piloti e tante macchine leggendarie per una delle sole quattro squadre ad aver raggiunto il traguardo delle cinquecento presenze in F1.
MILANO – Nella storia della Formula 1, solo tre squadre hanno avuto il privilegio di registrare oltre cinquecento presenze: la Ferrari, 801 gran premi, la McLaren, 673, e la Williams, 554. A partire dalla gara di Valencia, però, questi tre team saranno raggiunti dalla Lotus, che festeggia finalmente 500 candeline. Qualcuno obietterà che la Lotus è ancora ferma a quota 491, come ad Adelaide 1994, ma forse potrebbe sentirsi solo in questa polemica, dal momento che anche la famiglia Chapman ha deciso di accettare la Lotus Racing come parte integrante della storia del marchio “Lotus.”
La storia della squadra inizia molti anni prima dell’ingresso in F1, precisamente nel 1948, quando l’allora ventenne Antony Colin Bruce Chapman si presentò ad alcune gare locali con una Austin 7 modificata: la Mk1. Il marchio Lotus è dall’origine incerta, ma sembra che provenga dal soprannome della fidanzata e poi moglie di Chapman, Hazel: fiore di loto. Nel 1952, nasce la Lotus Engineering che, producendo vetture sport, darà vita al Team Lotus.
In Formula 1 il debutto arriva il 18 maggio 1958 al Gran Premio di Monaco con Cliff Allison, sesto al traguardo (negli anni ’50 prendevano punti i primi cinque classificati, più l’autore del giro più veloce), e il futuro campione del mondo Graham Hill, ritirato. Da allora, Chapman dovrà attendere solo il 1960 prima che una sua vettura trionfi in una gara, sebbene si tratti di una Lotus 18 privata, del Rob Walker Racing Team, guidata da Stirling Moss: era sempre il GP di Monaco. Il Team Lotus, invece, vincerà per la prima volta al GP degli Stati Uniti 1961, grazie ad Innes Ireland.
La popolarità della Lotus non arriva né grazie al leggendario Moss, tantomeno con Ireland che non riuscirà più a ripetere l’impresa di Watkins Glen. Jim Clark, debuttato nel 1960, sarà il pilota designato da Colin Chapman per guidare l’auto rivoluzione della Formula 1: la Lotus 25, in monoscocca. Clark vince tre gare nel 1962, concludendo secondo dietro alla BRM di Graham Hill, poi domina i mondiali 1963 e 1965, inframmezzati da un 1964 iniziato bene, ma finito male.
Il passaggio dai motori 1500 a 3000cc sembra un duro colpo per la Lotus che tra il 1966 e il 1967 prova ben tre motori differenti, prima il Climax, poi il BRM e infine il risolutivo e leggendario Ford Cosworth DFV. Il Team Lotus non riesce a sconfiggere le Brabham a causa dei punti persi ad inizio ’67, ma si presenta l’anno successivo come la gran favorita. Jim Clark vince infatti a Kyalami, ma perde tragicamente la vita al quinto giro della prima manche del Deutschland Trophae, una corsa di Formula 2 sul circuito di Hockenheim (presente con una Brabham c’era anche Max Mosley).
Senza avversari, Graham Hill porta a casa il mondiale 1968, ma l’anno successivo viene sorpassato dal giovane Jochen Rindt, campione per la Lotus nel 1970. Un drammatico incidente alla parabolica nella sessione di qualifica, porta via anche il pilota austriaco.
La Lotus 72, altro capolavoro d’ingegneria, viene introdotta nel 1970 regalando a Rindt i successi che lo porteranno al tragico mondiale, ma rimane operativa fino al 1975: venti successi, diciassette pole position, due mondiali piloti (Rindt 1970, Fittipaldi 1972) e tre costruttori (1970, 1972, 1973).
Nel 1977 Colin Chapman “inventa” l’effetto suolo con la celebre Lotus 78, che chiude seconda quell’anno e poi domina nel 1978, in una stagione tristemente ricordata prima per le polemiche riguardanti presenti giochi di squadra che avrebbero aiutato Mario Andretti a vincere il titolo iridato, poi per la morte del compagno di squadra Ronnie Peterson (che aveva firmato per la McLaren), che pur uscendo cosciente dalla carambola al via del gran premio d’Italia, non sopravvisse ad embolo.
Da quel momento, la Lotus subisce un declino che attraverserà la scomparsa del suo fondatore, nonché la sua anima, Colin Chapman, nel dicembre del 1982, per un infarto. Chapman morì mentre stava sviluppando le sospensioni attive, rivoluzione che fu resa finalmente operativa solo nel 1987. Nel frattempo, l’ex-team manager della squadra ai tempi di Emerson Fittipaldi, nonché della sorprendente Wolf in quelli di Jody Scheckter, Peter Warr diventa il nuovo “Chapman” all’interno del Team Lotus. Licenziò Nigel Mansell, credendo che non avrebbe mai vinto una gara nella carriera, e assunse Ayrton Senna, che regalò al marchio sei vittorie in tre anni e tre terzi posti nel mondiale costruttori. Quella nel gran premio di Detroit 1987 fu l’ultimo successo del team.
Rimpiazzato Senna con il connazionale Nelson Piquet, i risultati faticarono ad arrivare: dopo il terzo posto al gran premio d’Australia 1988, la Lotus non ottenne più nessun podio. Warr fu licenziato e al suo posto arrivarono Peter Collins e Peter Wright: nonostante il limitatissimo budget a disposizione, sia nel 1992 che nel 1993 la Lotus si comportò discretamente con Mika Hakkinen (1991-1992) e Johnny Herbert (1991-1994).
Debiti, mancanza di sponsor e carenza di sviluppo della monoposto portarono al disastroso 1994. Era rimasta una sola speranza: la nuova Lotus 109 abbinata al nuovo Mugen-Honda. La vettura si vide per la prima volta a Spa, senza grandi risultati, e il motore fu montato a Monza. Johnny Herbert ottenne il quarto tempo in qualifica, ma in gara fu eliminato da Eddie Irvine. Herbert commentò successivamente che poteva vincere quella gara. L’ultima vera occasione, perché Herbert si spostò sulla Ligier, Pedro Lamy si era infortunato ad inizio campionato, Phillippe Adams era un pilota pagante (ma non abbastanza), mentre Alessandro Zanardi, Mika Salo ed Eric Bernard non furono abbastanza veloci nelle gare disputate.
Chris Murphy disegnò una nuova Lotus per il 1995, la 112, che non vide mai il via, perché per fronteggiare i debiti, il nuovo proprietario David Hunt, fratello del campione del mondo 1976 James, decise di chiudere il Team Lotus. Tentò di unire la Lotus alla Pacific Grand Prix, ma anche quest’ultima uscì di scena alla fine del ’95.
La storia della Lotus Racing invece la sappiamo tutti. La Lightspeed, una squadra di Formula 3, per provare a trasformarsi in una squadra di Formula 1 chiese aiuto al CEO della Air Asia, Tony Fernandes, che portò nel gruppo anche la Proton, proprietaria della Lotus Cars. Sebbene la squadra non si chiami Team Lotus, bensì Lotus Racing, e sia più malese che inglese, quella guidata da Heikki Kovalainen e Jarno Trulli è veramente una Lotus. E chissà, in poco tempo, quando il processo di avvicinamento ai top team giungerà nella sua fase conclusiva, ci sarà un colpo di scena: sarebbe un sogno se fosse proprio il Team Lotus a conquistare l’80° successo. Ma c’è ancora tempo: tanti auguri, per ora, cinquecento Gran Premi significano leggenda.
Andrea Giachè
Certo però che il team attuale della Lotus “vera” quanto ha? Io ancora non ho ben capito neanche i rapporti con Lotus Cars…
L’unico rapporto è la concessione del nome. Ma l’obiettivo a lungo termine di Tony Fernandez è riuscire a mettere tutto insieme.
È proprio quello che mi auguro! Io credo che sia ancora Lotus Racing solo per mancanza di fiducia. Appena arriveranno i risultati, secondo me, tornerà ad essere Team Lotus.