
di Fabrizio Corgnati
Lo ha detto pure Bernie Ecclestone, facendosi vedere a Madonna di Campiglio nel corso della ventesima edizione del consueto Wrooom di inizio stagione: “Lo stato di salute di alcuni dei nuovi team è incerto. Ovviamente, parlando con loro, diranno sempre che tutto va bene, che non ci sono drammi. Ma io penso che ci siano.” Il grande vecchio della Formula 1, naturalmente, si riferisce ad USF1 e Campos, le due squadre che più di tutte le altre stanno faticando prima ancora di aver messo le ruote in pista.
Le preoccupazioni per il team dell’ex-pilota della Minardi sono tutte di natura economica: i finanziamenti sperati in Spagna non si sono trovati e così la squadra si è ritrovata a non poter pagare i propri fornitori, compresa quella Dallara che ha già approntato la monoposto per l’anno prossimo. La scuderia americana, invece, ha grattacapi ancora più gravi: continua a diramare comunicati stampa in rapida successione per dare segni di vita, ma in effetti non solo non ha ancora comunicato i nomi di nemmeno uno dei piloti, ma appare anche tecnicamente in alto mare.
Mr. E, comunque, getta acqua sul fuoco: “Ci basta avere 10 team solidi.” Noi vogliamo credere alla Cosworth, l’organizzazione che, in qualità di fornitore di motori di tutti i team debuttanti, conosce meglio di tutti la situazione delle nuove squadre. Secondo quanto dichiarano i portavoce del motorista inglese a microfoni spenti, alcuni team sono più in ritardo di altri sulla tabella di marcia, anche di qualche mese, ma dovrebbero tutti farcela a schierarsi sulla griglia di partenza in Bahrein.
Anche se fosse così, la domanda sorge spontanea: e poi? Se queste squadre si trovano con l’acqua alla gola già prima dell’inizio della stagione, dove reperiranno le risorse per sviluppare la vettura nel corso della stagione? Il rischio è che, dopo una manciata di gare, tali vetture accumulino un distacco dalla vetta di sette, otto, dieci secondi al giro. Con conseguenze immaginabili, tanto sotto l’aspetto del prestigio della categoria quanto sotto quello della sicurezza: dover fare lo slalom tra monoposto troppo lente è forse accettabile nelle gare di durata, un po’ meno in un Gran Premio di Formula 1.
La colpa è di un processo di selezione delle squadre talmente discutibile da essere approdato anche in tribunale (che, comunque, ha dato ragione alla FIA), governato più da favori incrociati (Nick Wirth, dt della nuova Virgin Racing, fu socio di Mosley agli sfortunati tempi della Simtek) che da criteri realmente oggettivi. Le alternative c’erano, eccome. E’ l’ultimo, triste lascito dell’era dell’ex-presidente della Federazione, che ha fatto perdere al circus anche questa importante chance: quella di ridurre il peso dei grandi costruttori, riportare la F1 nelle mani degli indipendenti e rinfoltire le griglie.
E il futuro potrebbe essere ancora peggiore. Di fronte ad un Automobile Club de l’Ouest che prepara una rinascita del compianto Mondiale Marche, che potrebbe vedere al via costruttori come Audi, Peugeot, Toyota e BMW, che fine potrebbe fare una Formula 1 con Force India, USF1, Campos e Manor? Meditate, gente, meditate…
Fabrizio Corgnati









