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ME AND MY HELMET – Quanta confusione sul caso Briatore!

Pubblicato 07/01/10 17:32 da Fabrizio Corgnati

Alla luce delle carte processuali, Fabrizio Corgnati analizza quanto hanno scritto i media di tutto il mondo sul caso Briatore e le dichiarazioni di Max Mosley, tentando di dissipare la confusione

di Fabrizio Corgnati

“I meccanismi di governo della FIA sono stati, di fatto, sospesi, e la strategia di vendetta di Mosley riconosciuta,” scrive “La Gazzetta dello Sport”. “Briatore ha riacquistato la sua dignità, non è più un uomo condizionato da un verdetto devastante per colpa di accuse perverse,” ribatte “Tuttosport”. Il “Corriere dello Sport” legge la sentenza in modo un po’ diverso: “Briatore era responsabile degli eventi di Singapore, ma la sua squalifica era inaccettabile. Tutti si meritano una seconda chance.” “La Repubblica” chiosa sostenendo che Briatore “si meritava un processo equo”.

Non parliamo, poi, di quanto apparso sulle pagine dei giornali del resto del mondo. Secondo la tedesca “Bild”, la sentenza francese è stata un “incidente per la giustizia”, in cui il “bandito Briatore ha visto rovesciare la sua squalifica solo per un cavillo tecnico”. L’inglese “Daily Telegraph”, attraverso la penna di Tom Cary, sottolinea che “nessuno è stato punito per un atto considerato da molti uno dei peggiori esempi di frode nella storia di questo sport”. “Se lui è innocente, chi è colpevole?”, si chiede infine l’”Independent”.

A 24 ore dalla sentenza del Tribunale delle Grandi Istanze di Parigi che ha dato ragione a Flavio Briatore e Pat Symonds, annullando le squalifiche loro imposte l’estate scorsa da parte del Consiglio Mondiale della FIA, anche tra gli osservatori più autorevoli del mondo della Formula 1 sembra permanere la confusione. Crediamo dunque di compiere un servizio verso i nostri lettori cercando di ristabilire come sono andati davvero i fatti. E, per farlo, non possiamo che rivolgerci alle uniche depositarie della verità (almeno quella processuale): le carte. Le stesse che il sottoscritto aveva analizzato in un suo precedente editoriale giungendo alla conclusione, poi avvalorata dalla sentenza della Corte francese, che Briatore avrebbe vinto la causa.

Primo punto fermo: il “crash-gate” di Singapore 2008 è un fatto processualmente provato. Dunque non esiste più alcun dubbio (qualcuno negli ultimi giorni era riuscito addirittura a rimettere in discussione questo punto) in merito al fatto che l’incidente di Nelsinho Piquet che portò all’ingresso della safety car sia stato deliberatamente provocato. Qualche interrogativo in più, almeno per chi scrive, permane sulla definizione di “peggior esempio di frode nella storia di questo sport”. Chi segue da anni assiduamente le vicende della massima Formula ha assistito a incidenti deliberatamente provocati (Suzuka 1990 e Jerez 1997, tanto per fare solo due esempi) dall’esito sportivo molto più rilevante, i cui protagonisti sono usciti praticamente indenni dalla mannaia della giustizia federale.

In questo caso, addirittura facendo sì che Piquet si scontrasse con le barriere e la vettura di sicurezza facesse il proprio ingresso sul circuito, i vertici della Renault non ebbero alcuna certezza matematica di una vittoria di Fernando Alonso (propiziata fra l’altro, lo ricordiamo, anche dall’errore ai box della Ferrari sulla vettura di Felipe Massa). L’elemento morale della questione, comunque, rimane soggettivo e non intendiamo inoltrarci oltre su questo punto.

Che lo si consideri, in ogni caso, più o meno grave, concordiamo con i quotidiani inglesi quando dicono che questo evento non può rimanere senza colpevole. E infatti non lo è. Tanto Pat Symonds quanto Nelsinho Piquet, infatti, già prima della sentenza del Consiglio Mondiale avevano confessato apertamente le loro responsabilità dirette. Risultato? Il primo era stato colpito da una squalifica ben più blanda di quella del suo superiore (cinque anni contro tutta la vita), il secondo addirittura l’aveva fatta del tutto franca, grazie alla sua collaborazione con la FIA. Un pentitismo salva-fedina penale che farebbe la gioia dei mafiosi nostrani.

In quanto a Briatore, l’accusa non era riuscita a dimostrare il suo diretto coinvolgimento nella vicenda, se non tramite la ridicola testimonianza anonima di un non meglio specificato “Mr. X” del team, di cui ancora oggi non si conoscono le generalità. Tanto era bastato per comminargli la punizione più grave di tutte. Ancora una volta, badate bene, non intendo sostenere l’innocenza del manager piemontese, sulla quale, del resto, nemmeno il Tribunale di Parigi si è espresso. I giudici, infatti, non hanno affrontato la questione nel merito, ma hanno stabilito semplicemente due aspetti: primo, la FIA non può squalificare chi non detiene una licenza della federazione; secondo, il processo in sede di Consiglio Mondiale era basato su prove lacunose e non aveva rispettato il diritto di difesa degli imputati.

Questo non può certo essere considerato un “cavillo tecnico”, come scrive la “Bild”: il diritto a un processo equo è nientemeno che uno dei cardini di qualunque democrazia (come dovrebbe essere anche la FIA). Per quanto la colpevolezza di un imputato possa essere evidente (e in questo caso, come abbiamo detto, non lo è), se l’accusa non sarà in grado di produrre prove consistenti e sufficienti, la Corte non potrà fare altro che assolverlo, piaccia o no.

E che questo proprio non piaccia all’ex-presidente della FIA, lo ha dimostrato la sua ennesima dichiarazione sull’argomento, anche ora che ha dovuto lasciare la poltrona. “L’idea che possiamo dire: ‘Oh, va tutto bene’ sarebbe impensabile,” ha dichiarato Mosley ai microfoni del “The Times”. “La FIA dovrebbe rapidamente modificare i regolamenti sportivi e dotarsi del potere di escludere dall’attività sportiva tutti coloro che hanno agito contravvenendo alle regole di base dello sport, o fatto qualcosa di pericoloso.”

Proprio così. L’uomo che ha provocato direttamente l’ennesima figuraccia globale di una Federazione che certo non ne aveva bisogno, invece di sprofondare in un imbarazzato silenzio non perde l’occasione di dimostrare una volta di più la sua concezione autocratica del potere, la stessa che nel corso dei suoi 18 anni di presidenza ha rovinato alle fondamenta l’automobilismo mondiale. In pratica, secondo Mr. Mosley, i processi sarebbero un inutile orpello: la FIA dovrebbe, per legge, avere il potere di stabilire a sua unica discrezione chi può lavorare in Formula 1 e chi no. Complimenti.

Per concludere, posso dirmi felice che Briatore, almeno per il momento, non intenda tornare ad un ruolo attivo in un team di Formula 1: il sistema di potere che aveva creato attorno alla sua posizione non era certo positivo per il circus. E questo non va nascosto sotto al polverone generato da quest’ultima sentenza. Quanto al futuro, vedremo cosa Briatore deciderà di fare. Chissà che nel frattempo la FIA non riesca ad istruire un processo che, finalmente, sia in grado di appurare le sue vere responsabilità. Magari equo, stavolta.

Fabrizio Corgnati





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